La protesta della classe lavoratrice

In un’Italia che le indagini ISTAT fotografano sempre più povera, in cui gli stipendi non crescono da un decennio mentre i prezzi al consumo lievitano senza pietà di mese in mese conducendo sempre più persone nella povertà si registrano due importantissimi aspetti.

L’industria italiana è in profonda crisi per una incapacità congenita dei capitalisti di saper “fare impresa” (termine caro ai tecnocrati liberali), ovvero di saper rivedere il modello di produzione e di gestione dell’azienda nei confronti di un mercato in rapida evoluzione: le uniche contromisure alla perdita di competitività delle aziende italiane sono stati in questi vent’anni la depressione degli stipendi e il taglio dei costi ma anche di ogni investimento che potesse modernizzare la struttura produttiva.

In questo contesto i governi che si sono succeduti in questi venti anni, concupiti dal fascino osceno del liberismo imperante, hanno lasciato totalmente all’iniziativa ai privatistici interessi dei capitalisti rinunciando a svolgere il ruolo che negli anni lo stato socialdemocratico aveva assunto: quello di moderatore dei conflitti di classe e di nume tutelare degli strati di popolazione più bisognosi.
In mancanza di questo ruolo le imprese hanno pensato solo al profitto miope e lo Stato, ed il Governo Monti in special modo, non è più in grado di porre un freno a questa strategie: da qui la chiusura di moltissime aziende (come ALCOA e delle miniere del Sulcis) e la fuga di capitalisti opportunistici come Marchionne.

La seconda considerazione è che in un’Italia in cui la disoccupazione  a luglio  ha toccato il 10,7% , un record che va di pari passo con quello della disoccupazione giovanile al 35,3% e dei precari sul mondo del lavoro (2,5 milioni) la voglia di lottare non resta sopita: il presidio dei lavoratori dell’ALCOA davanti al ministero dello sviluppo, la drammatica protesta dei minatori nel Sulcis (solo in Sardegna si sono persi 100.000 posti di lavoro) e le miriadi di vertenze di tantissime fabbriche ed imprese italiane testimoniano che la classe lavoratrice non ci sta alla sudditanza e ad una gestione della cosa pubblica cieca e sorda di fronte all’avanzante miseria.

Invece di perdere tempo in opportunistici accordo pre e post elettorali la Sinistra italiana dovrebbe riunirsi ad un tavolo e stilare un programma di uscita dalla crisi che riparta dalle necessità della classe lavoratrice, dal ruolo dello Stato come principale attore dello sviluppo e delle classi maggiormente in difficoltà e non servo degli interessi capitalistici e del profitto.

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