L’ILVA e la questione industriale in Italia

I fatti che stanno avvenendo all’ILVA, una delle più grandi aziende italiane, e soprattutto del meridione, sono lo specchio fedele di come in Italia le istituzioni e il capitalismo concepiscono il modello di impresa.
In questo mese abbiamo assistito ad uno scontro fra magistratura e Governo (ed istituzioni locali) che la maggior parte dei media, complici governativi, come al solito, di una propaganda opportunistica e rivolta alla disinformazione, hanno voluto evidenziare come una lotta fra chi vuole chiudere lo stabilimento e mettere in strada più di 10.000 operai (i magistrati) e chi invece si prodiga per mantenere lo stabilimento aperto (il Governo ed i ministri Clini e Passera su tutti).La realtà, come spesso accade, è ben più complessa e parla di un sistema imprenditoriale che nel perseguire l’ottica dei profitti avrebbe per anni inquinato le acque e l’aria di Taranto tanto che nella città il tasso di tumori registrati è fra i più alti in Italia.
Non sussiste, e non dovrebbe mai sussistere, una lotta dicotomica fra il lavoro e la salute dei cittadini: non si può chiedere alle persone di scegliere se lavorare o restare vive, non si può immaginare di condurre un’industria senza aver rispetto delle leggi ed è compito delle istituzioni, a partire dal Governo, far rispettare tali leggi e punire in maniera esemplare chi, nell’infrangerle, mette a repentaglio la vita degli operai o dei cittadini tutti.

Se un gruppo privato non è in grado di mantenere i livelli di sicurezza di una sua azienda allora è compito dello Stato provvedere prendendo il controllo dell’impresa, al fine di mantenere i livelli occupazionali, ed avviando quegli investimenti che siano orientati allo sviluppo dell’impresa e alla salvaguardia delle condizioni di lavoro e di sostenibilità e non alla massimizzazione dei profitti o alla minimizzazione dei costi.

Ma il Governo ha da anni abbandonato il loro ruolo di dirigenza rispetto ad una politica industriale pubblica e nazionale per ragionare solo in termini di dismissioni pubbliche, liberazione dai “lacci e dai lacciuoli” (compreso il contenimento dell’inquinamento), privatizzazioni e flessibilità del lavoro.

Ecco perchè l’annunciato ricorso di Monti e del suo governo di professori a soldo dei poteri forti avverso una presunta violazione di sfera di competenza rispetto alla politica industriale da parte della magistratura non è solo una inopportunità comica in un quadro dove semplici cittadini si giocano la vita o il salario (o tutti e due) ma, alla luce del nuovo piano di sviluppo, fondato principalmente sull’investimento privato e la sua completa defiscalizzazione, un vero e proprio manifesto politico su quali siano le priorità per chi ci governa: perseguire gli interessi delle aziende private, a scapito del nostro lavoro e della nostra stessa salute.

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4 thoughts on “L’ILVA e la questione industriale in Italia

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  2. La mia opinione sulla questione è che devono adeguarsi ,siamo in Europa le leggi ci sono , nel nord Europa in anni passati le acciaierie sono state costrette ad adeguarsi o alla chiusura (vedi Belgio) , e l’hanno fatto con i loro mezzi , magari con agevolazione ma pur sempre con i loro mezzi , i soldi dei contribuenti devono servire a creare non a finanziare errori del passato !

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