Il debito delle nazioni come leva del capitalismo

La valutazione politica della minaccia del debito pubblico in Italia e nel mondo, come riscontrato, porta a conclusioni chiaramente critiche riguardo l’effetto sulla distribuzione della ricchezza, la limitazione della sovranità e la situazione economica della popolazione.

Il punto meno trasparente e sicuramente meno discusso è il “che fare”, la potenziale scelta politica rispetto ad una situazione contabile contingente, un contratto tra debitori e creditori che non sembra poter prevedere altre soluzioni che il pagamento a scadenza o il default. E’ innanzitutto importante definire un concetto: riguardo la sfera del diritto internazionale, l’art.103 della Carta dell’ONU (cui tutti gli stati membri devono aderire incondizionatamente) stabilisce cheIn caso di contrasto tra gli obblighi contratti dai membri delle Nazioni Unite con il presente statuto e gli obblighi da essi assunti in base a qualsiasi altro accordo internazionale prevarranno gli obblighi derivanti dal presente statuto“.

Vari altri articoli della Carta (es. 1, 55, 56) obbligano i governi dei paesi membri a porsi come obiettivo l’elevamento dei livelli di vita, il pieno impiego e condizioni di sviluppo nell’ordine economico e sociale, nonché a preservare l’autodeterminazione dei popoli ed incentivare la cooperazione internazionale. In aggiunta a ciò, la Carta dell’ONU, la convenzione di Vienna dell’86 e molteplici legislazioni nazionali identificano molti argomenti di annullamento del contratto di debito pubblico, tra i quali si citano sinteticamente:

  • Incompetenza del contraente.
  • Corruzione diretta o indiretta del contraente.
  • Dolo.
  • Acquisti di materiale militare (extra limiti stabiliti dall’Art.26 della Carta dell’ONU).
  • Costruzione di progetti non redditizi o che arrecano un danno alle popolazioni e all’ambiente. 

Senza il bisogno di interpretazioni troppo complesse, è quindi evidente che pur rimanendo nelle logiche dello Stato (ciascuno con le proprie peculiarità di legislazione nazionale), non è presente nessun imperativo categorico rispetto ad un debito assunto da un Governo; la sovranità popolare potrebbe legittimamente mettere in audit una struttura debitoria per valutarne la legittimità secondo le regole appena descritte. E lo stesso vale per le istituzioni internazionali, soggette ai medesimi limiti (FMI, etc).

L’eventuale disconoscimento del debito, ovviamente, non implica che venga annullato nella sua totalità: un’eventuale operazione di audit sarebbe tesa prevalentemente a valutare le specifiche parti legittime o illegittime dello stock totale di debito pubblico in essere, secondo i termini descritti. Ipoteticamente, quindi, la moratoria potrebbe avvenire per le sole quote di debito ritenute illegittime; l’annullamento sarebbe (tra le altre cose) selettivo nei confronti dei detentori del credito.
La cancellazione potrebbe avvenire a danno delle banche ed altri soggetti cosiddetti “istituzionali” (gli unici che sino a questo momento si sono arricchiti sulla speculazione finanziaria perpetrata ai danni del debito statale) senza necessariamente ledere la posizione dei singoli cittadini risparmiatori.

Tutte queste considerazioni portano ad una diretta conseguenza: nell’ottica dell’attuale crisi, qualsiasi proposta di revisione, moratoria parziale o ristrutturazione del debito al di fuori dei termini strettamente contrattuali sarebbe non solo auspicabile, ma ricompresa nell’ambito delle politiche possibili; tutto ciò contrapposto ai continui “stati di eccezionalità” invocati come base per il ricorso a provvedimenti ad hoc (e spesso al di fuori della legittimazione democratica), tesi al salvataggio in extremis del capitalismo finanziario agonizzante.
Le condizioni minime di reddito, occupazione, stato sociale e istruzione non sono quindi interpretate nell’ottica attuale dei Governi filo-capitalisti (e dei partiti opportunistici che ad oggi li appoggiano) come politicamente prioritarie, ma come residuali e marginali rispetto alla produzione incessante di profitto da parte delle banche d’investimento.

La speculazione finanziaria che negli ultimi anni sta rivolgendo la sua attenzione al debito nazionale ha lo scopo di spingere i Governi social-liberisti a scardinare l’architrave dello stato sociale e a ricondurre a livelli di servilismo tipici di economie depresse la forza lavoro.
In una lettera del Fondo Monetario Internazionale del novembre del 2010 d’altronde si specifica chiaramente che “La pressione del mercato può riuscire là dove altri metodi hanno fallito. Di fronte a condizioni insostenibili, le autorità nazionali spesso riescono a far passare
riforme altrimenti difficili

Queste “riforme” hanno inoltre come obiettivo finale l’assalto del capitalismo alla produzione di servizi sociali e immateriali (salute e medicina-farmaceutica, formazione, ricerca, sfruttamento delle risorse naturali, comunicazione e linguaggi,  biogenetica) che rappresentano in ogni Stato i centri principali della produzione di plusvalore.

E’ importante rendersi conto che l’unanimità dell’asse parlamentare di uno Stato sul comportamento nei confronti del debito assunto non implica assolutamente l’impossibilità di una politica alternativa, ma una scelta totalmente ideologica e parziale.

Massimo esempio di un fenomeno più generale, questa situazione mostra come un “richiamo alle regole” sia attualmente molto più vicino ad una posizione Comunista che a qualsiasi altra, quando invece la sopravvivenza delle istituzioni dello Stato capitalista richiede un continua rivisitazione delle regole del gioco, dettata da soggetti privati, particolari e direttamente interessati.

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One thought on “Il debito delle nazioni come leva del capitalismo

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