Contro il Debito, contro l’inceneritore, contro il sistema capitalista

Genzano 26 Maggio

Come Rifondazione Comunista abbiamo aderito alla piattaforma del No Debito perché riteniamo che non ci potrà essere un vero e sano sviluppo economico sino a quando non si toglieranno gli Stati dal giogo ricattatorio dei debiti nazionali, debiti nati non per creare ricchezza all’interno delle nazioni ma per finanziare le banche e per gli interessi capitalistici.

Sabato a Genzano, a Piazza Frasconi, si svolgerà un’iniziativa del Coordinamento No Debito dei Castelli Romani, Valle del Sacco e Litoranea che scende in piazza insieme al coordinamento contro l’inceneritore di Albano, perché è giunto il tempo di unire le lotte, è il momento di creare un unico fronte di protesta che possa opporsi a questa deriva liberale e capitalistica che sta affamando le persone e privando di tutti i diritti i lavoratori.

ALCUNE INFORMAZIONI SUL DEBITO PUBBLICO ITALIANO.

DA COSA E’ FORMATO, CHI LO DETIENE, CHI LO PAGA

Il debito in sei domande

Parlare di cos’è esattamente il debito pubblico è una questione tanto importante quanto complessa.

Importante perché con le politiche di risanamento del debito saranno determinate le nostre condizioni sociali per i prossimi decenni visto anche l’imposizione del vincolo di pareggio di bilancio nella Costituzione voluto dal governo Monti e appoggiato dai partiti che lo sostengono (PDL, PD e Terzo Polo).
Questa costante della spada di Damocle sulle nostre teste del “risanamento del debito” varrà tanto a livello interno con le politiche dei governi basate sul cosiddetto binomio “rigore e crescita” (che vogliono dire tagli ai servizi, aumento delle tasse, impoverimento di stipendi e pensioni, cancellazione di diritti, privatizzazioni e finanziamenti ai privati per opere pubbliche inutili e dannose), quanto a livello europeo con le cosiddette politiche di austerity che tutti i paesi della UE devono applicare (imposizione dei parametri PIL/Debito, Fiscal Compact, clausole dei fondi europei “salva-stati”).

Complessa perché ci dobbiamo districare in una materia che cambierà la nostra vita quotidiana, i nostri livelli di vita e la possibilità di costruire un futuro per noi e per i nostri figli… ma che non sempre è chiara soprattutto perché l’informazione non c’è o è parziale tendente a presentarci solo mezze verità o a presentarci questa situazione come immodificabile e impossibile da affrontare altrimenti.
Non è così. La “virtuosa” Germania ad es. ha tolto all’Italia il terzo posto come paese più indebitato nella classifica mondiale ma nessuno ne parla e tutti danno per scontato che noi dobbiamo sottostare alle politiche finanziarie imposte da quel paese (che è praticamente l’azionista di maggioranza della BCE).
«Il debito pubblico tedesco è infatti aumentato di colpo nel 2010 di ben 319 miliardi di euro. Si è innalzato così a 2.080 miliardi, primo debito europeo ad andare oltre la soglia dei 2mila miliardi, sorpassando a tutto gas quello italiano. Quello tedesco è dunque diventato il terzo debito pubblico lordo più alto del mondo in valore assoluto, scavalcando di 236 miliardi quello dell’Italia, sceso così al quarto posto». (Marco Fortis, Il Sole 24 Ore del 27 aprile 2011)stato sociale

1.       D. Cos’è il debito pubblico?

R. Il debito pubblico si forma quando gli enti dello Stato (governo, regioni, province, comuni) spendono più di quanto incassano attraverso imposte, tributi, tariffe, oneri sociali. Lo scarto che si crea nel corso di un anno si definisce deficit. La somma di tutti i deficit accumulati ad una certa data e non saldati forma il debito.

Il Debito Pubblico quindi è il debito accumulato da uno Stato e dai suoi diversi enti nei confronti di determinati creditori privati contratto per finanziare le spese dello Stato stesso. Solitamente i governi coprono il proprio fabbisogno di liquidità con l’emissione di obbligazioni (in Italia di titoli di Stato come Bot o Cct). Quando scadono i termini dei prestiti e delle obbligazioni lo Stato deve restituire quelle somme con gli interessi stabiliti al momento dell’emissione del titolo. Con quella liquidità immediata si cerca in parte di ripianare il deficit pubblico che si è accumulato e in parte per coprire il fabbisogno finanziario statale di stipendi ai dipendenti pubblici, finanziamenti ai servizi, eventuali investimenti, mantenimento di una sanità e istruzione pubblica ecc… Chi acquista quei titoli con cui finanzia il fabbisogno dello Stato ovviamente guadagna (o specula) sugli interessi in più che intascherà.

2.       D. Come si è formato il debito pubblico in Italia?

R. In Italia, il debito pubblico ha cominciato ad assumere dimensioni preoccupanti negli anni settanta, allorché iniziò a formarsi un divario consistente fra entrate e spese pubbliche. Non basta dire che le uscite sono troppo consistenti perché ci sono da pagare stipendi e pensioni ai dipendenti pubblici, servizi, istruzione, sanità, infrastrutture ecc… perché:
a) sono le voci di spesa che tutti gli Stati del mondo devono garantire per dare un livello di vita minimamente dignitoso ai cittadini;
b) sono le voci di spesa più tagliate e colpite negli ultimi anni mentre molte risorse sono state spostate verso il sostegno alle aziende.

Fra le ragioni per cui nel corso degli anni si sono avute entrate inferiori a quelle che il sistema avrebbe potuto garantire, abbiamo la riduzione delle aliquote sugli scaglioni più alti di reddito, la bassa tassazione dei redditi da capitale, la riduzione se non l’eliminazione delle imposte patrimoniali, l’elevato tasso di evasione fiscale, l’espandersi dell’economia in nero e di quella criminale (quindi un sistema in cui ricchi e speculatori pagano poco o non pagano; dipendenti, precari e pensionati a basso reddito pagano per tutti).

Non va dimenticato il ruolo degli interessi che specie negli anni ottanta sono stati elevatissimi come ora. Solo nel 2010 la spesa per interessi è stata pari a 70,1 miliardi di euro corrispondente all’8,8% dell’intera spesa pubblica e al 15,7% delle entrate tributarie (Imposte dirette e indirette esclusi oneri sociali). In effetti gli interessi, oltre ad accrescere le uscite e quindi il debito, rappresentano una redistribuzione alla rovescia: concentrano nelle tasche di pochi soggetti (per lo più banche e aziende) la ricchezza di tutti.

Fonti: Maria Teresa Salvemini, Le politiche del debito pubblico, Laterza 1992; Corte dei Conti, Rapporto 2011 sul coordinamento della finanza pubblica; Nunzia Penelope, Soldi rubati, Salani Editore 2011.

speculazioni 3.       D. A quanto ammonta il debito pubblico italiano?

R. Secondo i dati della Banca d’Italia, al giugno 2011 il debito pubblico totale ammontava a 1.901 miliardi di euro pari al 122% della ricchezza prodotta nel paese (il famigerato Pil) realizzato nel 2010. Il pagamento degli alti interessi che siamo annualmente costretti a pagare lo aumenta di anno in anno. Basti pensare che gli interessi sui titoli di debito pagati nel 2011 ammonta a più di 70 miliardi di euro e la finanziaria di massacro sociale fatta da Monti a fine anno scorso ammonta a 52 miliardi di euro circa (spalmati su più anni). Con queste politiche la voragine aumenterà ancora e noi saremo ancora più poveri.

Fonti: Banca d’Italia, Supplemento al bollettino statistico 14 ottobre 2011 n. 51.

4.       D. Chi detiene il debito pubblico italiano?

R. Una prima classificazione può essere fatta in base alla nazionalità dei detentori. Da questo punto di vista, al giugno 2011, il debito pubblico era detenuto per il 56,4% da soggetti italiani e il 43,4% da soggetti stranieri.

Una seconda classificazione può essere fatta in base alla tipologia giuridica dei detentori. Da questo punto di vista, la quota detenuta dalle famiglie, al giugno 2011, corrispondeva a poco più del 12%. Tutto il resto era detenuto da investitori istituzionali: banche, assicurazioni e fondi. Più precisamente: 3,6% Banca d’Italia; 26,2% banche commerciali italiane, 13,8% assicurazioni e fondi italiani, 10,6% banche estere, 32,8% fondi esteri. Il debito in sostanza non è più detenuto dalle famiglie italiane come 30 anni fa, ma da aziende private (metà italiane e metà straniere). Le risorse che stiamo raccogliendo dalle nostre tasche non rientrano in circolo per redistribuire la ricchezza ma vanno nelle casse di quei soggetti privati.

Fonti:Elaborazione dati Banca d’Italia, Supplemento al bollettino statistico 14 ottobre 2011 n. 51; Morgan Stanley, Who owns Italy’s government debt?, luglio 2011.

5.       D. Che cos’è la speculazione sul debito pubblico e perché ci danneggia?

R. Il fatto che il debito sia in mani di aziende private determina che siamo in balia delle speculazioni, ossia delle strategie attuate da parte di fondi, assicurazioni e banche per guadagnare sul debito e sui suoi interessi a più riprese. Le tecniche finanziarie sono molte. Una delle più ricorrenti è la speculazione al ribasso che consiste nel vendere con una “prelazione”, al prezzo di oggi, titoli che saranno consegnati fra una settimana o fra un mese puntando sul fatto che nel frattempo il prezzo scenda e quando arriverà il tempo di consegnare i titoli, li compreranno sul momento a prezzi ribassati. Nella differenza fra l’alto prezzo di vendita di oggi e il basso prezzo di acquisto di domani, sta il loro guadagno. Per fare alzare e abbassate i prezzi a loro vantaggio possono influenzare le borse immettendo o congelando enormi quantità di titoli. Considerato che per l’Italia ogni punto di aumento percentuale degli interessi corrisponde ad un maggiore esborso di 35 miliardi di euro, si capisce quanto con questo sistema del debito siamo esposti agli attacchi speculativi.

Con queste azioni speculative fanno il paio gli emissari della Unione Europea, della Banca Centrale Europea, del Fondo Monetario Internazionale, delle società di rating che fanno pressioni sugli Stati indebitati per pagare subito quello che il mercato  impone e se non si può pagare, svendere il proprio patrimonio. Così aziende, banche, assicurazioni, imprese di servizi mettono le mani sulle proprietà e sul denaro pubblico. Così si scopre che si scrive debito, ma si pronuncia privatizzazione, coi privati che mirano a accaparrarsi palazzi, spiagge, parchi, isole, acqua, scuola, sanità, trasporti, elettricità, gas, strade e tutto il resto. Beni comuni che noi abbiamo pagato e che lo Stato svende ai privati per ricavarci profitto.

6.       D. Perché si tagliano le spese sociali in nome del debito pubblico?

R. Dobbiamo prendere coscienza che il debito pubblico è un nodo che rischia di compromettere lo stato sociale dei prossimi decenni. Questo soprattutto se ci continuano politiche di restituzione del debito senza colpire i ricchi. Le uniche altre due strade che restano sono: i tagli drastici alle spese sociali e la vendita del patrimonio pubblico.

Ed ecco il taglio di 8 miliardi di euro alla scuola nel triennio 2009-2011; di 10 miliardi alla sanità dal 2011 al 2014, di 15 miliardi di euro a regioni e comuni nello stesso periodo.
La preda attuale che Governo, Confindustria e Unione Europea sono intenzionati a spolpare è la previdenza sociale. Iniziano con la propaganda falsa che la nostra Previdenza è in passivo e costa troppo e finiscono per cancellarla e venderla a pezzi ai privati. Gli ultimi dati disponibili, relativi al 2009, dimostrano che il saldo tra le entrate contributive e le prestazioni pensionistiche previdenziali al netto delle ritenute fiscali è in attivo per 27,6 miliardi di euro, pari all’1,8% del Pil.
L’artificio contabile della Corte dei Conti per affermare che invece è in deficit di 77 miliardi nel 2010 dipende dal fatto che il fondo previdenziale è usato anche per il pagamento delle pensioni sociali e dei sussidi di disoccupazione che dovrebbero essere a carico della fiscalità generale e addirittura per finanziare grandi opere che distruggono l’ambiente e sono occasioni di speculazione per privati (vedi la TAV o il Ponte di Messina).

Fonti: dpr 98/2011 convertito in legge 111/2011; dpr 138/2011 convertito in legge 148/2011; Felice Roberto Pizzuti, Pensioni, perchè è giusto indignarsi, il Manifesto 27.10.2011; Corte dei Conti, Rapporto 2011 sul coordinamento della finanza pubblica; Decreto legislativo n.85 del 28 maggio 2010.

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