Pareggio di bilancio – sconfitta di popolo

Vogliamo spiegare cosa rappresenterà l’inserimento del pareggio di bilancio nella Costituzione così come approvato con larga maggioranza dal Parlamento: ci sembra innanzitutto abbastanza significativo che si sia dato poco spazio da un punto di vista mediatico all’avvenimento e questo già ci fa sospettare.
Dedicarci pochissime trasmissioni, evitare qualsiasi approfondimento rappresenta una resa dell’attuale classe politica che, soprattutto da centro-sinistra, difficilmente riuscirebbe a far digerire al suo elettorale un “colpo di stato monetario e finanziario”, uno schiacciamento delle politiche economiche nazionali di stampo sociale che diventano subordinate agli interessi borsistici e internazionali.

È un altro colpo alla democrazia e alla libertà e affidabilità dell’informazione nel nostro paese. Non ne sentivamo il bisogno.

Il Partito della Rifondazione Comunista ritiene che sia nel diritto dei cittadini fare chiarezza sulla questione in modo da riflettere su chi ci sta oggi realmente governando (le banche o la classe politica) e per riappropriarci del diritto di decidere sul nostro futuro.

Cosa significa il pareggio di bilancio in costituzione?

Significa diverse cose. In primo luogo, che da oggi il nostro ordinamento costituzionale si ispira ad una precisa concezione economica, quella neoliberista in salsa tedesca, secondo cui la ricetta per la crescita consiste di 3 elementi:

  • libertà dei mercati,
  • politiche monetarie unicamente rivolte al controllo dell’inflazione,
  • divieto per lo Stato di qualsivoglia intervento in deficit spending sull’economia.

Di fatto, viene illegalizzato il keynesismo e la visione socialista dell’economia; si schiaccia la politica economica di uno Stato solo nell’ottica liberista e conservatrice, si annientano di colpo tutte le politiche socialdemocratiche, socialiste e di sostegno al welfare che hanno caratterizzato i governi di sinistra e centro-sinistra in Europa negli ultimi sessant’anni.

Questa modifica alla Costituzione rende tra l’altro inattivabili i diritti previsti da altri articoli della Costituzione, qualora per dare attuazione ad essi lo Stato debba chiudere in deficit il proprio bilancio. Questo può riguardare, ad esempio, la tutela della salute quale fondamentale diritto dell’individuo, e le garanzie di cure gratuite agli indigenti, previste dall’art. 32 della Costituzione. Oppure il diritto alla gratuità dell’istruzione per gli otto anni della scuola dell’obbligo, o il diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi, garantito ai capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi (art. 34).
O ancora quanto previsto dall’art. 38: “i lavoratori hanno diritto che siano preveduti e assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria”. In tutti questi casi i tagli necessari al bilancio dello Stato per raggiungere il pareggio possono pregiudicare, ancora di più di quanto già accada oggi, l’esercizio di diritti costituzionalmente riconosciuti.

Infine, l’introduzione in Costituzione del pareggio di bilancio impedirà allo Stato di effettuare gli investimenti necessari a migliorare le condizioni generali di produzione (si pensi alle infrastrutture fisiche, a quelle immateriali che consistono nella promozione della ricerca e della conoscenza, e a quelle giuridiche, ossia a un sistema giudiziario ben funzionante), la produttività e la crescita economica. Questo è molto grave, perché introduce un ulteriore vincolo in un periodo delicatissimo della vita economica di questo Paese.

Per non parlare, poi, degli enti locali, i cui bilanci verrebbero sottoposti ai medesimi vincoli e ad un ferreo controllo dall’alto, spingendoli così definitivamente a svendere tutti i loro averi e servizi.

Come stanno agendo gli altri Stati Europei?

La verità è che nessun Paese ha mai sostenuto una crisi come l’attuale in presenza di vincoli del genere. La stessa Germania ha introdotto il vincolo del pareggio di bilancio con una modifica alla propria Costituzione appena nel 2009, ossia svariati decenni dopo il periodo della ricostruzione del Paese (per la quale risultò essenziale fra l’altro la decisione statunitense di non esigere il pagamento dei debiti di guerra della Germania, ossia di annullare il debito tedesco), e a distanza di poco meno di venti anni dalle spese sostenute dopo la riunificazione della Germania. Del resto, ancora verso la metà del decennio scorso si poteva assistere a cospicui deficit del bilancio pubblico tedesco (non per caso il debito pubblico di quel Paese nel decennio trascorso è cresciuto di 750 miliardi di euro).

Persino il premier britannico, David Cameron, uomo di destra e sostenitore dell’austerity, l’ha criticata, parlando di “proibire Keynes per legge”, mentre negli Stati Uniti sono scesi in campo ben cinque premi Nobel per l’economia, considerandola “estremamente improvvida” e destinata “peggiorare le cose” (vedi Lettera dei premi Nobel).
Alla fine, la stessa Amministrazione Obama ha cestinato la proposta, sostenuta invece dai Repubblicani.
In Francia Hollande ha vinto il primo turno delle presidenziali contestando aspramente la politica del rigore e l’ingerenza sui bilanci statali della BCE, in tale chiave si sono mossi anche Melenchon e Le Pen seppur con modalità e dialettica ben distanti fra di loro.

Cosa cambia con la nazionalizzazione del petrolio argentino? Potrebbe creare un precedente importante?

La nazionalizzazione del petrolio argentino afferma una concezione non subalterna dei rapporti tra i poteri pubblici e le grandi multinazionali. Si afferma il diritto di uno Stato di espropriare un’impresa privata di proprietà di una multinazionale (ne caso specifico spagnola) qualora essa non adempia a determinati criteri in fatto di investimento nel Paese stesso.

Questa misura è una conferma di analoghi provvedimenti assunti in altri paesi dell’America Latina (a partire dal Venezuela) e può costituire un ulteriore precedente per analoghe misure da parte di altri Stati. Non a caso il nervosismo sul tema è palpabile.

Se i dati macro-economici continuassero a essere questi servirebbe all’Italia una nuova manovra?

Se l’altalena dello spread ci dovesse essere sfavorevole ma soprattutto se l’assenza di crescita nel Paese dovesse continuare (e non vediamo come possa essere diversamente visto il marcato assetto depressivo e recessivo che la “cura Monti” ha avuto) l’Italia verrà chiamata per l’ennesima volta, dall’Europa e dal sistema bancario e finanziario, a compiere l’ennesima manovra repressiva che, come nel caso della Grecia, ci farà scivolare ancora di più nel baratro della crisi.

E se alcune previsioni dovessero rivelarsi esatte, previsioni più realistiche che per il 2012 prospettano una variazione del prodotto interno lordo non del –1,2%,  di cui parla il governo, ma un -2/2,5% (addirittura, un centro di ricerche tedesco, l’IMK, parla di -2,6% nel 2012 e -2,9% nel 2013) sarebbe evidente la necessità un’ulteriore manovra correttiva già quest’anno, dell’ordine di almeno 20 miliardi; miliardi che sarebbero presi ancora una volta dai servizi fondamentali (scuola, sanità, trasporti), tramite una loro ulteriore declassificazione o tramite una loro privatizzazione, e opprimendo ancora di più i contribuenti con tasse (aumento dell’IVA e tassazioni orizzontali).

Tutto questo conferma avevamo previsto all’atto dell’approvazione delle manovre di austerity varate nel 2011 da Berlusconi-Tremonti e da Monti: che esse avrebbero fatto scendere il prodotto interno lordo più di quanto avrebbero inciso sul debito, con il risultato di peggiorare – anziché migliorare – il rapporto debito/pil.

Cos’è il Fiscal Compact e come influenzerà la nostra economia?

L’obbligo del pareggio di bilancio è figlio di un accordo a livello europeo. Anzi, si tratta di un vero e proprio trattato, firmato il 2 marzo scorso da 25 dei 27 Stati membri dell’Unione Europea, ed è conosciuto come “Fiscal compact” o patto fiscale. Insomma, se l’italiano medio sa poco del pareggio di bilancio, del fiscal compact sa praticamente nulla. E non per colpa sua, beninteso, ma perché nessuno si è preoccupato di fornire un minimo di informazione e di trasparenza.
Eppure, quel trattato è un’altra tegolata sulla nostra testa, perché non si limita a stabilire il principio del pareggio di bilancio, ma introduce anche altri vincoli, che chiariscono ulteriormente cosa vuol dire avere il futuro commissariato.
Cioè, a partire da un inasprimento dei vincoli di Maastricht, definisce al suo articolo 4 il seguente meccanismo: il debito pubblico va ridotto fino al 60% in rapporto al Prodotto interno lordo (Pil), con un ritmo di un ventesimo all’anno. Tradotto in italiano, visto che da noi il rapporto debito/Pil è del 120%, questo significa prepararsi a delle manovre annue dell’entità di 40-50 miliardi di euro.
Beninteso, nelle condizioni date, perché in caso di peggioramento della recessione, come indicherebbero le tendenze in atto, queste cifre sono destinate ad aggravarsi. Altro che “non ci saranno altre manovre”, come ha dichiarato l’altro giorno Monti, ce ne saranno a raffica!

Ed anche su questo il popolo non sarà interpellato, gli sarà richiesto solo la muta accettazione perché la nostra Costituzione non consente il referendum in caso di ratifica di trattati internazionali e perché vi è un ampio e sconfortante consenso tra i partiti presenti in Parlamento, che aveva salutato la firma del fiscal compact in maniera praticamente unanime.
Verrà pertanto annullato qualsiasi possibile risultato in contro tendeza  alle urne: nella realtà le decisioni saranno già state prese da altri e da altre parti. Insomma, commissariati per decenni e con lo smantellamento del welfare scritto nella Costituzione.

Che fare? Come reagire?

Come afferma anche Luciano Muhlbauer non ci saremmo mai aspettati  che si potesse commissariare, oltre il presente, anche il futuro delle persone e dei popoli.
Come Rifondazione Comunista ritieniamo gravissimo che tutto questo si sia fatto nel silenzio generale, senza dibattito pubblico e senza nemmeno consentire ai diretti interessati di esprimere un parere.

In assenza di un’informazione corretta e di un dibattito pubblico è difficile cogliere la natura deleteria e devastante di questa modifica costituzionale, che di fatto comporta l’impossibilità di promuovere politiche espansive nei momenti di crisi e recessione, visto che il pareggio di bilancio viene calcolato su base annua e non pluriennale, e il taglio continuo e permanente della spesa sociale. .

Non a caso, in altri paesi l’ipotesi di inserire in Costituzione il pareggio di bilancio ha provocato un grande dibattito pubblico.

Siamo di fronte ad una cura antidemocratica, nel senso più autentico della parola, e con tutte le carte in regola per non portare alla guarigione del paziente ma solo all’arricchimento del “dottore” che continua a propinare pozioni e cure deleterie.

Come Partito vogliamo riportare la discussione nelle piazze, nel popolo a cui deve essere riconsegnata la sovranità delle decisioni, la sua auto-determinazione.
Ecco perché, sebbene la Grande Coalizione funga da potente anestetico, va fatto di tutto, a partire dalla manifestazione della Federazione della Sinistra il 12 maggio a Roma, per esercitare la massima pressione sul Parlamento, sull’informazione, sull’Europa affinchè la nostra non sia una resa al mercato ma una lotta per un futuro sociale.

Le nostre parole d’ordine in questa lotta saranno di alternativa a questo sistema liberista, capitalismo e mono colore:

Chiediamo alle altre forze antagoniste a questo sistema di oppressione sociale di unirsi a noi nella lotta, non è tempo di imporre il proprio simbolo più in alto di quello di un altro partito, non è tempo di favorire bizantinismi politici o visibilità personalistiche, è il tempo di contrastare, di creare una coscienza di classe organica che possa mutare il nostro assetto socio-politico-economico verso una condizione che torni a rivolgersi verso le classi più disagiate e che riduca, se non impedisca, il privilegio e la sopraffazione.

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7 thoughts on “Pareggio di bilancio – sconfitta di popolo

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