Il lavoro come strumento economico di rivalsa

Proseguiamo i nostri approfondimenti sulla questione del lavoro, anche alla luce dell’accelerazione che il Governo, e la ministra Fornero, vogliono attuare alla sedicente riforma.

Lo sciopero del 9 marzo della FIOM, a cui la Federazione della Sinistra ha partecipato ed ha dato la sua adesione sin da subito, ha evidenziato, nei discorsi sul palco e nelle storie dei compagni operai, di come in Italia si stia assistendo ad una perdita di diritti e democraticità al cui epicentro è situata propria la precaria situazione del lavoro.
Anche i dati ISTAT e di Intesa San Paolo dimostrano come, la volontà di attaccare la classe lavoratrice e di demolirne il potere di acquisto, non porta ad altro che ad un deterioramento della stessa società consumistica che il capitale vorrebbe difendere.

Un ulteriore inasprimento nei confronti del lavoro e degli stipendi ad esso connessi ci condurrà inevitabilmente verso il tracollo greco.

E la volontà del capitalismo multinazionale è proprio questa, visto che il lavoro, e la sua equa retribuzione, sono i fondamenti dell’emancipazione della classe lavoratrice: la base di partenza per elevare il lavoratore al di sopra dei suoi bisogni basilari e per costruire la sua coscienza di classe, la sua forza di ribellione all’oppressione della borghesia capitalistica.

Ben si comprende allora come sia stato interesse delle aziende e delle industrie comprimere gli stipendi, come la collaborazione del Governo borghese di destra abbia facilitato l’oppressione, come molti partiti riformisti abbiano lasciato soli i sindacati nella lotta a favore dei lavoratori.
Una strategia congiunta che inizia col collegato lavoro, passa attraverso l’articolo otto e le repressioni di Marchionne e si vuole completare in questi giorni dal governo Monti. Riforma lavoro

Un ulteriore punto, tralasciato dalla stampa generalista, che vale la pena sviscerare un attimo, è il motivo tecnico che farebbe sì che l’abolizione dell’articolo 18, secondo i programmi capitalisti del Governo, dovrebbe attirare investimenti esteri.
Andando per semplificazioni l’arco temporale di ciò che viene definito “progetto di investimento” tende ad essere di 3 anni, cioè quello del mandato dei top manager.
Essi sono in parte retribuiti con stock option, cioè in proporzione a quanto aumentano il valore delle azioni della società per cui lavorano nel lasso di quei 3 anni.
Qualora si optasse su investimenti in Italia, in tale arco temporale dovrebbe essere nettamente delineabile (=comprensibile dal mercato azionario) il reale incremento di costi
e ricavi generato dalla nuova operazione; anche il costo del lavoro, che tra l’altro è il più ingente (per ora), a fine periodo deve essersi compiuto, non deve portare strascichi imprevedibili e incalcolabili sugli esercizi successivi.
Per far in modo che ciò avvenga il lavoratore locale reclutato per il progetto deve poter essere spurgato o mantenuto non solo a piacimento del padrone, ma in funzione della lunatica valutazione della borsa, la quale, tragicamente, potrebbe essere totalmente non-correlata alla redditività dell’investimento in sé (altrove inizia una bolla, si disinveste in massa per portare i capitali là, l’investimento redditizio viene mandato gambe all’aria e tutti a casa).piagnistei
Le conseguenze di questo discorso, alcune delle quali vengono parecchio trascurate, sono:

  • Non avviene nessuno sviluppo locale della classe lavorativa, perché la classe direttiva e professionale viene normalmente “importata” temporaneamente da fuori, lo sviluppo dell’occupazione è sempre esclusivo di categorie non specializzate e senza possibilità di crescita, saremo di fronte ad un inasprimento del capitalismo che nel nostro Paese si tradurrebbe nell’imperialismo di stampo neo-coloniale
  • Il vero punto fastidioso è il reintegro, per cui un costo antico e dimenticato può rifarsi vivo inaspettatamente, e l’imprevedibilità è ciò che più di ogni altra cosa affossa le borse.
  • Per gli stessi motivi, l’articolo18 rompe le scatole sul piano più che altro operaio. Per questo il governo Monti preme tanto il pedale sull’abbinamento “abolizione articolo18/stabilizzazione obbligatoria dopo tre anni”: ciò che sfugge al giornalista medio dei giornali borghesi è che il precario che gioverebbe della stabilizzazione NON E’ il medesimo soggetto per cui si rende necessaria l’abolizione dell’articolo18: da una parte abbiamo il “lavoratore della conoscenza” laureato, tenuto a stecchetto da un padrone furbetto col commercialista scafato, il quale sarebbe costretto dopo un po’ a riconoscere la sacrosanta stabilità; dall’altro la classe operaia resa omogenea e a ricambio continuo, per cui non ci sono contratti a progetto o strane clausole, ma un semplice meccanismo di assunzione a contratto standard e cacciata qualora l’investimento non fosse più “interessante” per i mercati finanziari.

Questo meccanismo del bastone (ad alcuni) e carota (ad altri) è anche un modo per far salire sul barcone dei sopravvissuti la minoranza più “letterata” e più vicina al contesto borghese, (e dunque più fastidiosa ma anche facilmente assimilabile al pensiero capitalista) dei precari, relegando al meccanismo anglosassone il rimanente neoproletariato.

Le motivazioni borghesi, riformiste ed opportuniste a favore di questo meccanismo capitalistico di solito sono:

  • se la multinazionale guadagna in Italia, paga le tasse all’Italia;
  • si crea un indotto interno (cioè ci facciamo colonizzare in stile Congo Belga, sperando che la ditta che va a trivellare in Basilicata compri i pneumatici di ricambio per i camion da “Ametrano Salvatore & figli – gommisti dal 1956”, permettendogli di rientrare col debito IVA);
  • trovandosi in occasionale mancanza di personale qualificato, le multinazionali recluteranno sul posto, sviluppando la classe dirigente italiana;
  • lo sviluppo sarà tale che le aziende, su base spontanea e non sindacale, si sentiranno in dovere morale di aumentare il salario dei lavoratori locali, come atto illuminato di soggetti non più mossi dal guadagno personale poiché al di là di esso: questa filosofia ridicola è la base del Reaganismo e del Tatcherismo finanziari (e del culto di Steve Jobs da parte di una sinistra troppo spesso compromessa dai miasmi del liberismo borghese).

Tutto in nome delle solite fruste parole d’ordine del capitalismo: profitto, competitività e investimenti.

A queste parole d’ordine reazionarie rispondiamo con le nostre, parole d’ordine della classe lavoratrice, oltre alla estensione dell’articolo 18 a tutti i lavoratori di qualsiasi azienda chiediamo:

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4 thoughts on “Il lavoro come strumento economico di rivalsa

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