Raccontiamo al Governo la generazione dei mammoni

Prima di criticare le affermazioni e la visione che le Ministre Fornero e Cancellieri e il Presidente Monti esplicitano sul futuro che aspetta noi “giovani” , intesi come quel gruppo indistinto di persone tra i diciotto e i trentacinque anni, vogliamo essere sicuri che sappiano di cosa parlano, perciò la raccontiamo noi “la generazione dei mammoni”.
I “giovani” sono quel gruppo di persone che ha imparato dai propri genitori che il lavoro serve ad avere soldi, i soldi servono a comprare oggetti, tanti oggetti creano ricchezza e benessere, ovvero il privilegio di essere individualmente agiati.
Società capitalista consumista: tutti devono camminare nella fila di chi persegue il successo professionale, diventa ricco, consuma oggetti, approvvigiona il capitale. Semplice, non conflittuale, consequenziale.Ai giovani, però, non è stato raccontato che il successo perseguito in barba ai più deboli si chiama sopraffazione, che la saturazione del mercato porta alla recessione economica e al fallimento di quel parco giochi chiamato “liberismo”, che se i posti di lavoro smettono di essere disponibili i lavoratori perdono la loro forza contrattuale e in un istante diventano sfruttati! Peccato che descrivendoci il castello delle favole non ci hanno svelato il drago cattivo!
Perciò ora ci accusano, con la faccia distesa e il sorriso aperto del miglior tiranno borghese, di essere sfigati se non ci laureiamo in corso, noiosi se chiediamo il “posto fisso”, mammoni se a trent’anni non usciamo dalla casa paterna.
Forse i governanti, dall’alto della loro fortezza dorata arroccata sul monte del privilegio, non vedono i licei statali dove abbiamo studiato, spesso con mura logorate dai decenni, con i professori avviliti da anni di riforme tutte apparenza e nessuna sostanza culturale eppure ogni mattina stoicamente lì ad attendere quelle menti adolescenti; non vedono che le università statali dove portiamo le nostre energie e le nostre speranze sono stracolme di studenti, non hanno laboratori scientifici, biblioteche, progetti di ricerca o borse di studio sufficienti per far studiare anche i figli del popolo; non vedono che nei luoghi di lavoro non ci sono solo automi che svolgono una mansione e buste paga che li retribuiscono, ma ci sono intelligenze, impegno, rapporti umani di amicizia e solidarietà per cui il passaggio continuo da un lavoro all’altro (ammesso che esista un mercato così dinamico) crea delle fratture emotive e umane; non vedono gli affitti folli e i mutui inaccessibili, gli stipendi sotto i mille euro, la precarizzazione dei salari; non sanno che il genitore non è più la fonte di una presunta immaturità della prole ma è di fatto un ammortizzatore sociale!

Forse i nostri ministri credono che la realtà delle università private, costosissime ed elitarie, che i pluri-incarichi dirigenziali e (quelli sì!) stabili dati ai figli dei soliti noti baroni, che i circoli esclusivi di politici e grandi imprenditori siano la normalità.
Ma non è così!
Per gli italiani la normalità è convivere con l’ansia del domani, con la frustrazione di un licenziamento, con la pesantissima inconsistenza dei salari che non crescono a fronte di un’inflazione folle, con l’incertezza di un futuro che rende instabile l’esistenza, i rapporti affettivi, i sogni.

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