L’Europa di Weimar

L’Europa ha aderito quasi del tutto compatta (con l’esclusione del Regno Unito e della Repubblica Ceca) al nuovo assetto economico che sorgerà con il “Trattato sulla stabilità” detto anche fiscal compact voluto fortemente e soprattutto dalla cancelliera Merkel.

Il fiscal compact regola e limita in tutta Europa l’indebitamento dei singoli Stati, indebitamento che, insieme all’inflazione, è da sempre uno fantasmi che spaventano la Germania; il dramma della fine della prima guerra mondiale in cui con le banconote i tedeschi tappezzavano le pareti deve aver lasciato una cicatrice indelebile soprattutto nella porzione liberal-capitalista teutonica che non può rischiare di veder depotenziato il denaro: l’unico strumento di potere che detiene da sempre.
Eppure in questo rigore nei conti statali, nel far marcare a fuoco nelle costituzioni europee la necessità di azzerare il debito pubblico, vi è un errore antico ma fatale: in un periodo di stagnazione così grave il compito dello Stato è quello di prendere il pieno controllo dell’economia e di imporsi come il motore di rilancio della stessa, come promotore del lavoro e dell’occupazione.

Per rientrare nei nuovi parametri euro-tedeschi nazioni come l’Italia, la Spagna o il Portogallo dovranno preoccuparsi nei prossimi anni solo di abbattere servizi sociali, come scuola e sanità, dovranno svendere servizi pubblici, come acqua e trasporti.
Effettuare la scelta di adeguarsi a dei numeri e a delle statistiche piuttosto che ai bisogni della popolazione renderà i Governi Europei colpevoli dei pesanti risultati di queste politiche: recessione, povertà e disparità di classe.

Già al tempo della Repubblica di Weimar la Germania attuò su se stessa questa politica economica e si condannò in pochi anni a milioni di disoccupati, alla fine della democrazia, alla peggiore dittatura mai vista, alla più atroce guerra  che sconvolse il mondo: la Merkel oggi ci ripropone la stessa formula, l’identica ricetta suicida sapendo bene che la posizione di predominanza della Germania nell’attuale contesto economico consentirà al suo paese, e a pochi altri fidati amici, di mantenersi in piedi a discapito delle altre nazioni che diverranno terre di conquista e saranno ridotte allo stato di colonie, come la Grecia ci sta dimostrando.

Il piano della Merkel e dei suoi sostenitori liberal-conservatori è di instaurare un imperialismo capitalistico della Germania sull’Europa, trasformando un’unione di nazioni paritarie in una federazione divisa fra stati ricchi e stati sfruttati in cui poter impiantare e sviluppare le industrie tedesche grazie alla manodopera a basso costo rappresentata da noi e dai nostri figli.

Non tutta l’Europa sembra per adesso convinta a proseguire questo piano scellerato, oltre a Londra e Praga altre nazioni storcono il naso, per questo, onde evitare possibili colpi di testa e ribaltamenti di fronte a causa di un propabile ritorno della sinistra nei governi europei, per rendere effetivo il patto basterà la ratifica di 15 paesi.
Il governo Monti, dall’alto prestigio europeo, si schiera contro gli interessi del suo stesso paese appoggiando in todo il “piano Merkel”, a cui riesce a strappare uno sconticino sul rientro del debito.
Ci sentiamo grati al nostro servo-primo ministro per averci condannato alla schiavitù.
Chiudiamo con una riflessione amara compagne e compagni: i nostri governanti stanno divenendo dei mastri dei paradossi, fanno finta di credere che una società possa investire nel futuro senza indebitarsi, che si può creare lavoro senza spendere, che si può assumere licenziando ma di questo argomento parleremo in maniera più approfondita in un prossimo articolo.

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One thought on “L’Europa di Weimar

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