Divenire produttivi per il Movimento

Non dovrebbero sembrare di secondaria importanza le affermazioni del Viceministro al Lavoro e alle Politiche Sociali, Michel Martone, che hanno provocato reazioni contrastanti alla “Giornata sull’apprendistato” tenuta dalla Regione Lazio a Roma.
Martone ha dichiarato, come riporta Repubblica.it del 24 gennaio, che “se a 28 anni non sei ancora laureato sei uno sfigato, se decidi di fare un istituto tecnico professionale sei bravo”. Più ulteriori dettagli atti a chiarire un messaggio che – apparentemente – è già abbastanza limpido.
Ma andando a sviscerare il retroterra ideologico (perché di questo si tratta) di tale sferzante affermazione, vediamo come non si tratti assolutamente di giudizio tecnico e neutrale sul mercato del lavoro italiano, come (forse ingenuamente) molti si sarebbero aspettati da un rappresentante dell’esecutivo Monti.
E’ evidente come Martone ponga ai giovani una scelta esclusiva tra la carriera universitaria e il conseguimento di un più plausibile diploma tecnico. Chi sa autovalutarsi e rendersi conto che butterà soldi e tempo, farà meglio ad accorciare la propria vita studentesca a favore di conoscenze immediatamente vendibili. istruitevi
Parallelamente, chi intraprendesse gli studi universitari, dovrebbe farlo ponderandone i costi (economici e temporali) e i benefici (prevalentemente economici), che dovrebbero giustificare l’allontanamento nel tempo (e anche nello spazio?) della prima retribuzione, nonché il rischio che comporta un investimento di formazione a lungo termine: si sa che il mercato delle conoscenze è capriccioso e traditore. Quella che potrebbe sembrare, a primo impatto, un’esaltazione delle bistrattate competenze del lavoro manuale, si rivela qualcosa di abbastanza differente: e cioè l’istituzione del generico attestato professionale come metro di ogni conoscenza, come pietra di paragone a cui qualsiasi titolo di grado successivo va rapportato per saggiarne la validità. Qualunque percorso di istruzione che richieda 7 anni e non garantisca reddito sensibilmente superiore del suo equivalente triennale, deve essere immediatamente punito dal mercato come soluzione inefficiente (e, presumibilmente, è in tale direzione che si muoverà l’eventuale riforma del sistema universitario).
Marx concettualizzò come nel sistema capitalistico il “rapporto tra persone” fosse sostituito dal “rapporto tra cose”; nella liberalizzazione dell’università vediamo una delle più grottesche manifestazioni di questo concetto (un soggetto è socialmente valutato in funzione del controvalore delle proprie competenze spendibili; non solo la “cosa” sostituisce la persona, ma le si sovrappone).
Oltre all’ovvia barbarie implicita nel retrocedere la formazione dell’individuo ad “asset” misurato esclusivamente al valore di mercato, il discorso di Martone nasconde quindi un messaggio più sottile: il lavoro manuale, ed i relativi mestieri, non sono assolutamente elevati allo stato “nobile” delle mansioni intellettuali: sono invece il “grado zero” del lavoro, il minimo comun denominatore tra tutti gli status sociali. Chi non fosse in grado di valutare correttamente la scelta di una laurea, e non avesse certezza economica sufficiente a garantire i tempi di conseguimento o, diciamocelo pure, i contatti utili a spenderla, si dovrebbe accontentare del grado zero del ruolo lavorativo, non dovrebbe distorcere il mercato tentando sortite inutili (e costose) in strati sociali superiori.
lotta di classeI teorici Comunisti che nel XXI secolo hanno trovato difficoltà a definire e circoscrivere univocamente il proletariato occidentale, ricevono un inestimabile apporto da tanta buona volontà governativa nel rimettere “ciascuno al suo posto”.
Le maggiori critiche ricevute dal viceministro sono state inerenti il suo non tener conto dei casi particolari: studenti che allungano i tempi poiché lavoratori, strutture universitarie che non favoriscono la pianificazione, etc., ma è mancata la necessaria critica al caso generale, quello che rivela l’ideologia portante: tanto più un settore viene portato alla liberalizzazione ed al conseguente “efficientamento”, tanto più vediamo allargarsi lo spartiacque tra “chi può” e “chi non può”. Nell’estrema conseguenza del discorso, si evolvono in “chi può e dovrebbe” e “chi non può, e non dovrebbe nemmeno provare”.
Perché il mercato non vuole.
Pierre Bourdieu, sociologo marxista del XX secolo, nella sua Teoria dei Campi analizzò come la pubblica istruzione francese finisse inevitabilmente per rivelarsi uno strumento di conservazione dei peculiari “rapporti col sapere” delle varie classi sociali, e finisse quindi per avere funzione tutt’altro che emancipatoria.
Si direbbe che l’Italia del 2012 non presenti sostanziali differenze.

E l’invocazione dello stato di crisi che rende i sacrifici necessari, non fa che rafforzare l’impressione generale, e cioè che sia applicato lo “shock and awe” allo stato puro; il capitalismo che dichiara difficoltà strutturali per normalizzare interventi pubblici che rafforzino le differenze di classe.
Non solo economicamente, ma anche concettualmente.

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