Le liberalizzazioni, ennesimo regalo al capitalismo

Il Governo Monti tenta di dare una sferzata positiva all’economia italiana appellandosi ancora una volta ai concetti di libero mercato e di concorrenzialità in determinati settori definiti strategici. Emerge chiara ed inconfutabile la volontà di questo manipolo di finanzieri e speculatori che la crisi capitalistica non si possa superare se non con un incremento del liberismo e del capitalismo stesso, continuando a sperare che la malattia che ha infettatto l’Occidente possa automagicamente trasformarsi nella cura.

E’ ovvio che la virata liberista è stata ben architettata dal Governo banchiere, succede infatti ad una manovra altamente repressiva che ha letteralmente strangolato le possibilità economiche della classe lavoratrice e viene sponsorizzata ovviamente come una “bombola di ossigeno” per le tasche degli italiani: il senso di tutto questo è fin troppo ovvio, chi ha affamato la classe lavoratrice adesso indossa gli abiti di chi è disposto a donargli del cibo: peccato che il boccone sarà amarissimo!! Le liberalizzazioni in Italia, ma comunque in generale in tutto il mondo, creano infatti solo una parvenza di risparmio, nei primi tempi producono anche una leggera concorrenza che riduce i prezzi di alcuni servizi ma a lungo andare provocano la contro-reazione dello stesso capitalismo; i settori toccati dalle liberalizzazione infatti vedono sorgere due fenomeni fra di loro analoghi e che conducono ad un unico, inquietante, risultato: la creazione del cartello

Il primo fenomeno coinvolge principalmente settori in cui sono presenti grandi aziende capitalistiche ( gas, energia, petrolio e carburanti ne sono un esempio) che reagiscono al possibile ingresso di nuovi competitori stringendo alleanze fra di loro, sfruttando l’enorme patrimonio liquido e immobile che di solito possiedono, per evitare al concorrente di accedere al mercato. Il risultato di queste operazioni lo possiamo vedere nelle liberalizzazioni già avvenute negli scorsi anni in ambito assicurativo, energetico e petrolifero: abbiamo ancora un mercato controllato dagli stessi capitalisti e il prezzo di questi prodotti non si è ridotto ma è addirittura levitato a cifre paradossali (+25% il prezzo del carburante nel solo 2011) o come nel settore bancario dove la presenza di oltre 700 istituti bancari ci consente di avere comunque i costi più alti di gestione di un conto bancario in tutta Europa.

Il secondo fenomeno riguarda invece i settori già enormemente frammentati, composti principalmente da quel sottostrato piccolo-medio borghese e di piccoli capitalisti ed additati come “casta” da demagoghi asserviti al grande capitale; la liberalizzazione di questi settori comporta una continua riduzione dei prezzi fino a quando tutto non viene fagocitato dal grande capitale che potrà lucrare sfruttando i suoi bassi costi e diverrà monopolista riconvertendo tutti i vecchi concorrenti del settore in dipendenti precarizzati e sottopagati.

Discorso a parte meritano invece le privatizzazioni dei settori strategici dello Stato (trasporti, acqua,sanità,scuola,….) che rappresentano un furto a danno di tutti i cittadini: spacciate spesso per necessarie e in grado di rilanciare l’economia e garantire risparmio ed efficenza al cittadino (grazie ad una politica decennale di dissestamento dei servizi pubblici) si rivelano sempre come una mera spartizione di beni pubblici preziosi con cui poter lucrare e fare profitto indiscriminatamente, ricordate compagne e compagne che abbiamo vinto insieme una lotta referendaria per mantenere comuni i beni e non possiamo soccombere ad un ennesimo tentativo di regalia alle aziende private.

Il cammino per la ripresa dell’Italia passa attraverso l’affermazione economica e lavorativa della classe che ad oggi rappresenta l’ottocentesco proletariato: la classe dei lavoratori dipendenti, degli statali, dei precari, dei disoccupati e dei pensionati. A questa classe oppressa deve essere offerto, oltre a condizioni di lavoro o di retribuzione decorosi, anche il risparmio di determinati servizi, risparmio che si fornisce eliminando radicalmente la possibilità di profitto da questi servizi portandoli completamente sotto il diretto controllo dello Stato. Solo una statalizzazione che nasca da una nuova etica del cittadino per il bene pubblico, un’etica che sorge dagli ideali comunisti di condivisione della ricchezza, può creare una nuova occasione di rilancio dell’economia del Paese in cui viviamo; solo lo Stato, e lo Stato comunista, può avere la volontà e la forza di fornire dei servizi, che vadano dall’acqua alla ratifica di un contratto, dai trasporti alla vendita di carburante, senza ricavarne profitto, abbattendo così i costi per tutti i cittadini e producendo l’unica vera ricchezza degna di tal nome: la ricchezza comune

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2 thoughts on “Le liberalizzazioni, ennesimo regalo al capitalismo

  1. una visione un po’ bigotta della situazione, considerando l’arretratezza del nostro sistema economico, ancora rimasto a livelli medievali. Se vogliamo avere almeno una piccola speranza di non andare in bancarotta, allora è questa la strada da percorrere, però se vogliamo chiuderci in noi stessi e perire piano piano allora è un altro discorso…nessuno dovrà piangere quando quel momento arriverà però

    • Carissimo/a shanti ti ringraziamo per la tua volontà di confronto, sempre apprezzabile perché facilita la condivisione di idee e la sintesi delle stesse.
      Permetteci prima di risponderti di fare una piccola notazione puramente lessicale: il termine bigotto si riferisce a chi è dedito a pratiche religiose e non a chi promuove diverse visioni economico-politiche.
      Per quanto concerne la tua critica vorremmo farti notare che non abbiamo assolutamente difeso l’attuale sistema economico bensì abbiamo rimarcato come la strada delle liberalizzazioni non sia, per la nostra visione, pienamente comunista, la migliore strada percorribile.
      Il nostro sistema economico non è assolutamente medioevale come te affermi, ma bensì pienamente integrato in un’economia liberista e liberale a livello mondiale che tende a favorire i grandi capitali e la volontà di profitto, per questo riteniamo che un’ulteriore stretta liberale non potrà far altro che aggravare le condizioni del “nuovo proletariato” (precari, stipendiati, pensionati, disoccupati, giovani) non in grado di difendersi in un mercato in mano a mastodonti economici e finanziari.
      La questione della bancarotta infine concerne strettamente il debito pubblico, fatto crescere dai governi della Democrazia Cristiana, del socialismo craxiano e della destra liberista a partire dagli anni Settanta: indubbiamente rappresenta una problematica da risolvere ma non con la svendita da parte dello Stato verso i privati di servizi e beni che devono appartenere alla comunità (come trasporti, acqua, gas ed energia), è necessario un nuovo modo di amministrare le cose pubbliche basato su un’etica che pone al di sopra di ogni valore il bene comune non elargirle a chi si preoccupa solo del profitto.
      Ti ringraziamo per il tuo intervento e saremmo felici se continuerai a seguirci.

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