La Crisi è nel Capitalismo

Il licenziamento delle 239 compagne operaie della Omsa di Faenza compagne e compagni ci è di spunto per approfondire un tema che negli ultimi mesi sta sempre trovando sempre meno spazio sulla gran parte della stampa italiana: i motivi della crisi dell’Italia.

La panzana del debito pubblico troppo elevato e a rischio solvibilità, dataci in pasto da mesi dai Governi che si sono succeduti e dai giornali che di volta in volta li hanno appoggiati non regge, ha pochissimi fondamenti se non quello speculativo della finanza mondiale e la volontà di asservire gli italiani, di depauperare i lavoratori dei loro diritti e della loro forza. La crisi ad oggi in atto è una crisi dovuta principalmente al fallimento dell’assetto capitalistico della nostra industria, le riforme che da anni il potentato di Confindustria richiede non sono altro che ulteriori misure per impoverire il contesto italiano.
Il male dell’Italia oggi si declina in vari nomi e nessuno di questi ha a che fare con i diritti dei lavoratori o con una maggiore flessibilità di licenziamento/impiego.

La Fuga all’estero dei capitali italiani è uno dei primi vulnus del nostro sistema produttivo, negli ultimi anni le imprese italiane hanno “delocalizzato” la produzione verso nuovi territori, in America Latina, in Asia e nell’Europa dell’Est (dove la fine del modello social-comunista ha lasciato milioni di persone in balia del capitalismo e della speculazione) sfruttando la miseria, la necessità di lavoro e dei Governi conniventi che collaborano a lottare contro la creazione di sindacati ed un diritto del lavoro. La mancata produzione in Italia, con corrispettiva mancata occupazione, porta minori entrate nello Stato con un aumento del deficit per sopperire alle speculazioni imprenditoriali della nostra casta capitalistica.

L’Esternalizzazione è un altro cancro del nostro sistema, le aziende affidano a terzi parte della loro produzione creando una frammentazione del comparto produttivo, sorgono a fianco di imprese enormi che vengono via via svuotate una serie di micro-imprese satellite che fanno a gara fra di loro per contendersi la commissione.
Nel pieno spirito del capitalismo questa concorrenza spietata porta da una lotta intestina di queste aziendine, costrette ad abbattere i loro compensi ed salari dei loro dipendenti, a sorvolare a volta su norme di sicurezza e a flessibilizzare la classe lavoratrice accantonando i contratti nazionali ed utilizzando le ganasce dei contratti di precarizzazione.

Il profitto infine è l’ultimo tassello della strategia capitalistica: il suo perseguimento assoluto da parte del management allevato nelle università italiane e mondiali associato agli altri due fattori esposti porta ad una sola manovra possibile la riduzione dei costi.
Poiché la delocalizzazione ha fatto diminuire i capitali che sono migrati all’estero per essere investiti lì in imprese, macchinari e forza lavoro, poiché l’esternalizzazione della produzione ha portato ad un depauperamento della capacità produttiva (dipendentemente ormai da altre aziende e fattori esterni) e ad un’incapacità di produrre ricchezza, e di conseguenza investimento, allora l’unico passaggio obbligatorio è ridurre i costi ed i lavoratori, la classe produttiva del Paese, avendo il torto enorme di essere riusciti, con anni sanguinosi di lotta, ad ottenere fra i loro diritti una giusta retribuzione per la loro fatica, sono visti fra i costi maggiori dai capitalisti del terzo millennio: la diretta conseguenza si chiama licenziamenti, ricatti per la firma di contratti capestro che cancellano anni di diritti, ma anche maggiore povertà, minore contribuzione per lo Stato che, per mantenere i servizi, deve necessariamente incrementare il deficit e il debito pubblico.

Per queste ragioni Rifondazione Comunista è contro le manovre che vogliono far pagare una crisi, creata dai capitalisti, alla forza lavoro, si oppone ad aggravare ulteriormente la condizione della classe lavoratrice e propone:

  1.  Maggiori controlli verso le aziende che delocalizzano all’estero: la fuga di capitale si argina togliendo e facendosi restituire tutti gli aiuti che le imprese hanno ricevuto in questi anni ed imponendo a livello europeo e mondiale uguali diritti per tutti i lavoratori
  2. Estendendo l’articolo 18 a tutte le aziende e a tutti i lavoratori: il mercato del lavoro va riformato a favore di chi si impegna per la produzione, non ci devono essere più distinzioni nella classe lavoratrice che deve essere tutelata in tutte le sue forme.
  3. Superare la logica del profitto: il lavoro è la reale ricchezza di un’impresa, se i capitalisti non lo comprendono chiediamo che le aziende vengano nazionalizzate affinché lo Stato si faccia garante della ricchezza dell’Italia tramite la produzione e la redistribuzione fra i lavoratori
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